
Mi chiudo in camera, di sottofondo il rumore della pioggia, guardo il mio riflesso che mi guarda dal vetro della finestra. Lampo, tuono, fulmine. Lampo, tuono, fulmine. Nei miei occhi il riflesso di questa meraviglia naturale, tanto bella quanto distruttiva, che dipinge il cielo come un quadro futurista, pieno di movimento. La fretta, l’angoscia, la paura di fallire, mentre ripasso per l’ultima volta il tema del lago dei cigni, sul mio amato pianoforte bianco a coda. Non so perché gli ho dato un nome femminile, in fondo il pianoforte è maschio, in teoria. Il mio si chiama Martina, nome da combattente, da figlio di Marte, di Ares. E ci combatto da mesi con questo pianoforte che non vuole suonare la melodia che voglio io, o almeno non più. C’è stato un tempo in cui le mie dita scorrevano su questo strumento con tanta grazia da sembrare. piume adagiarsi per terra. E ora sento la mia arte così distante ed opaca, da risultare quasi plastica, da seta pregiata che era. Ho suonato alla Scala di Milano, a Vienna, Parigi, perché dovrei avere timore di questa esibizione di beneficienza in un piccolo teatro nel Beneventano? Eppure so quando la mia musica ha smesso di ricevere amore, probabilmente nello stesso momento in cui ho smesso di provarne io. Il conservatorio è il posto più bello del mondo, non solo per la musica, ma perché si respira la magia dell’arte, e un’aria di eleganza, ma anche di libertà sbarazzina. E nel posto più bello del mondo, è bastato un attimo, un colpo di fulmine, per morire negli occhi della ragazza più bella del mondo. Opinione prettamente personale, ma da lì non mi interessava chi e cosa dicesse, lei era l’epicentro della mia musica, e della mia scrittura. Le mie dita seguivano gli ordini impartiti dal cuore, e non dalla mente, e si muovevano liberamente sulla tastiera come ballerine a teatro. Con lei ho preso il diploma al conservatorio, e sempre con lei ho perseguito sei anni di carriera da pianista, ricevendo la fama di maestro, che non mi è mai interessata. A me bastava suonare per lei, vederla in prima fila ad ogni spettacolo. È questo forse l’effetto dei colpi di fulmine, ti rendono in grado di fare tutto. E se all’inizio faticavo anche solo a parlare, alla fine mi ha seguito dappertutto nel mondo. Dappertutto, tranne che sull’altare. Anche i maestri sognano l’amore, e anche i maestri vengono lasciati sull’altare. Quel mite pomeriggio di Aprile, coi ciliegi in fiore e l’aria di festa, sì è trasformato in un incubo. E oggi, a 32 anni, non ho più amore nella mia musica. Io la sento di plastica, anche se tutti continuano a darmi del maestro. Lei è fuggita via, con un uomo che mi hanno detto non avesse mai avuto nulla a che fare con un pianoforte, con qualcuno che non saprà mai trasmetterle ciò che io le ho trasmesso schiacciando qualche tasto, per dirla alla buona. Il pianoforte non mi diverte più, è diventata una gabbia, un freddo modo per tirare avanti. Spesso e volentieri sentiamo chi fa pazzie quando ama, chi perdona un tradimento, o peggio, chi nonostante sia stato lasciato in una chiesa vestito di tutto punto, tenta di salvare il salvabile. Io ho scelto di morire, e di farlo nel modo più spettacolare possibile. Entro alla Scala, il teatro più bello di tutti, dove suonerò la mia ultima sinfonia, qualche mese dopo l’esibizione di Benevento. Suono il pezzo che lei amava di più, il suo Lago dei Cigni, l’espressione della leggerezza. Suono l’ultima nota, appena in tempo, e cado per terra. Il veleno ha fatto effetto, ma mi ha permesso di suonare un inno a lei, per l’ultima volta. E quest’ultima volta, sono tornato a suonare col cuore.